venerdì, 30 novembre 2007


"Talking Timbuktu" ...and ...around...


 

memorie  e memorie

fra queste memorie  c'è senza dubbio un musicista grandissimo,  forse il piu' grande che il Mali (paese frai piu' poveri del mondo..), abbia avuto

 un musicista che si è ritirato da tempo a lavorare la terra in un villaggio a 20 km da Timbuctu,  un musicista che risponde al nome di 

Ali Farka Toure

 e  che un altro straordinario uomo di musica ha scoperto e fatto conoscere a tutto il mondo

sì,  parlo di Ry Cooder,

quello che è sempre alla  ricerca della musica non manipolata, delle sonorità che si aprono dalla  terra e alla  terra ritornano

insieme hanno dato origine ad uno dei dischi piu' incredibili  di questi ultimi anni:

TALKING TIMBUCTU

1994

clik sulla figura per ascoltare il brano "Ai Du"

ckik sulla figura  per ascolatre il brano  "Amandral"

 

di Rosa Rafele (considerazioni)

"""Il titolo (allo stesso tempo evocativo e rievocativo) ci dice già molto di questo album.
In Anatomia dell'irrequietezza Bruce Chatwin parla di due Timbuktu:  la città del mito, ricco centro culturale e commerciale dell'Africa Occidentale  e l'attuale centro amministrativo del Mali (uno dei paesi più poveri del mondo),
città di sabbia e fango. Ascoltandola ho avuto l'impressione che questa musica  rievocasse la prima ed evocasse la seconda, che l'atto del "talking" fosse rivolto contemporaneamente  al passato e al presente (forse anche al futuro) di un mondo.  Mi pare che ciò che rende più intensa questa vocatio sia il fatto di essere stata scritta
e cantata non in Africa, ma negli Stati Uniti (dove hanno avuto luogo le sedute di registrazione),
quindi la distanza. L'intero disco - Toure scrive nel libretto - ci racconta delicatamente come,
contrariamente a quello che comunemente pensiamo, Timbuktu non sia in fondo al mondo,
ma esattamente al cuore di esso. E ce lo dice dal posto che noi occidentali siamo abituati
a considerare come il centro di tutto.

Talking Timbuktu è la storia di un incontro tra due mondi diversi,  tra le sabbie rosse del Mali e la Florida, le acque del Niger e quelle del delta,  tra il sonhai e il blues, tra strumenti musicali come chitarre elettriche, calabash e congas.
E' il frutto del lavoro di un combo prodigioso di musicisti africani e americani.
E' Ry Cooder e Ali Farka Toure. Ali scrive tutte le canzoni (con l' eccezione di un tradizionale rivisitato)  e Ry lo accompagna e lo asseconda.  Mi ha sempre affascinata l'immagine di copertina di un disco degli Afghan Whigs: una giunonica donna nera  con in grembo una bambina bianca urlante, entrambe nude. Ecco l'immagine che io associo alla musica di questo album. E' la traduzione in musica e canto di un portato emozionale oltre i generi. Dieci canzoni o meglio dieci pezzi dilatati,  lenti, caratterizzati dalla ripetizione degli accordi e dei riff delle chitarre. Pezzi ibridi,
dove l' incrocio tra uomini e stili differenti crea soluzioni inaspettate. Si intrecciano senza forzature assolo di chitarra,
 che potremmo definire blues, a percussioni africane, con la conseguenza di una diversa scansione del tempo,
fiati njarka e il basso vagamente jazz di Patitucci. Ripeto che la percezione che ne ho avuto è stata di spontaneità,
come se questi due mondi non fossero separati da così tanto mare.
Forse perché, come dice Ali "quello che voi chiamate blues, per me è sonhai, tanghana, tradizioni musicali del mio paese,  se Hooker è i rami e le foglie, io sono le radici e il tronco.  Il blues è la musica che l'America ha fatto propria senza riconoscere il suo debito verso l'Africa".  Su questo tessuto sonoro spicca la voce di Toure che canta testi scritti nelle lingue Songhai,  Bambara, Peul e Tamasheck e, come sottolinea Cooder, il linguaggio rappresenta semplicemente  una differenza e non una barriera. Le liriche raccontano d'amore, di donne, della felicità,
di spiriti del fiume con assoluta semplicità.  L' unica canzone in cui Ali usa in parte la lingua coloniale (il francese) è Keito e, forse,  non è un caso che l'argomento sia il reclutamento di giovani africani per combattere una guerra
di cui non conoscono le ragioni. Le atmosfere sono a volte cupe, ma più spesso solari (fra tutte Soukora e Lasidai).
La conclusione del disco è affidata allo splendido tradizionale Diaraby, che ci prende per mano,  ci porta a un passo dal cielo e poi ci lascia cadere di nuovo.

Un'ultima notazione riguarda la "classificazione" di questo disco.  Io l'ho trovato (a fatica) in uno scaffale di "World Music", "musica del mondo",  creatura e oggetto delle idee e del mercato occidentali.
 Come è stato sottolineato più volte da insigni studiosi e recentemente nel seminario internazionale "Etnologia e World Music", ospitato dalla fondazione Cini di Venezia dal 25 al 27 Gennaio 2001, la "World Music" è divenuta un'etichetta commerciale che raggruppa e appiattisce espressioni musicali completamente diverse fra loro quando non favorisce spregiudicate operazioni commerciali, insomma "un modo non troppo sottile per riaffermare l' egemonia della cultura pop occidentale" (D. Byrne) e per ghettizzare le altre musiche del mondo (Boccitto).
Non è questo il caso di Talking Timbuktu, che è pura musica creola ,
<<quella che Ali Farka Toure realizza con Ry Cooder non è world music, ma musica contemporanea:
non ha bisogno di essere protetta dagli etnomusicologi,
ma neanche di essere imprigionata nel ghetto di un'etichetta commerciale>>
(Giannattasio)."""

postato da: chiccama alle ore 10:40 | link | commenti (23)
categorie: musica, ry cooder, ali farka toure

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